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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 1° Post

Marco Savio 16 Febbraio 2017

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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 1° Post

Affrontare il problema povertà oggi, implica prioritariamente vederne la mutazione nei secoli e conseguentemente definirla; impresa non semplice (i) e perché il concetto si è modificato nei secoli, (ii) e perché esistono due tassonomie: una della classe dirigente e l’altra dei poveri stessi.  
L’analisi dell’argomento dell’argomento è più semplice dalla visione delle classi dominanti anche perché quella coniata dai poveri stessi, è difficile rinvenire in quanto i poveri appartengono ad una classe che non lascia tracce di sé.

“La plebaglia, che ha come scopo supremo il pane”.
È così che Sir Henry WOTTON, Ambasciatore inglese a Venezia all’inizio del XVII secolo, definì i poveri.
Nel trecento il concetto di povero era applicato a chi difettava dei beni fondamentali per l’esistenza nonché a coloro che, in condizioni di privazione ed insicurezza, mancavano di mezzi per mantenere un livello di vita adeguato; questi poveri erano associati a concetti di classi docili (non inclini a ribellarsi) e di “popolo minuto”.
Quindi è povero non solo chi non ha beni per autosostenersi ma anche colui che ha un’occupazione poco remunerata e irregolare per cui non è in grado di attendere a se stesso (povertà associata ai concetti di ricchezza patrimoniale e flussi reddituali); questa categoria, due secoli dopo, sarà definita dei “miserabili”.

La necessità di “categorizzare” i poveri nasce dal diffondersi, in talune città, di una carità organizzata e istituzionalizzata. A Bologna, nel 1548, le autorità li definiscono in: “mendicanti, vergognosi, ospitalieri e religiosi”, per questi ultimi si tratta dei poveri in Cristo: ad esempio i Francescani.
Nell’Italia settentrionale viene così ad affermarsi, nel cinquecento, un concetto di povertà indissolubilmente legato a quello di carità; così si possono illustrare tre categorie:

  • Impotenti, cioè i poveri strutturali o mendicanti full time o persone perpetuamente assistite (ad esempio: trovatelli, ciechi, invalidi, malati incurabili, anziani, vedove, pellegrini etc …); si ipotizza che questa categoria fosse compresa tra il 4% e l’8% della popolazione. I pellegrini, circondati da un’aureola di religiosità, pretendevano una “ospitalità gratuita”, da società sempre più sospettose verso i falsi pii, per cui il Gran Ducato di Toscana li bandì nel 1764; in certi anni giubilari i pellegrini che giungevano a Roma potevano ascendere il mezzo milione di persone;
  • Indigenti, o poveri della crisi, cioè i poveri per i quali il contributo di carità è un occasionale integratore del magro salario o lavoro discontinuo (ad esempio: salariati giornalieri, prostitute, vagabondi, saltimbanchi etc …); categoria che si ipotizza al 20% della popolazione; mentre altri studiosi, per altre città, ipotizzano che la percentuale (per le prime due categorie) possa arrivare al 45% – 50%;
  • Infine i Candidabili , cioè tutte quella classi di artigiani, piccoli commercianti, salariati che sono border line in quanto non sarebbero in grado di sopportare un arresto prolungato della propria attività; tale categoria è stimata tra il 50% ed il 70% della popolazione.

La prima categoria è alimentata dai fatti della vita (endogeni e casuali per l’individuo che li patisce), mentre la seconda ha un bacino di notevole entità, derivante dalla terza categoria, ed è alimentata da cause esogene, appunto “di crisi”.

Tra le cause di crisi più diffuse: le epidemie (lebbra, peste, tifo etc …), le carestie, le guerre, un governo inadeguato. La carestia, ad esempio tra il 1375 ed il 1791, a Firenze sembra abbia colpito 111 volte (cioè 111 anni su 416 anni) equivale ad una incidenza del 27%.
(continua)
marco savio

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