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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 3° Post

Marco Savio 18 Febbraio 2017

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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 3° Post

Non solo malattia, morte, nascite, cattivo raccolto inducevano alla povertà in quanto rovesciavano fragili equilibri di indipendenza economica, ma anche altre condizioni strutturali, quali: (i) il mutato rapporto tra città e campagna; (ii) il declino delle prime sulla seconda; (iii) la nuova primazia della forza lavoro rurale; (iv) l’incapacità delle corporazioni di proteggere completamente i propri adepti (garantendo occupazione piena); (v) nonché l’incapacità di sostenere e contrastare la concorrenza delle grandi città europee.

Cartine di tornasole dei mutamenti economici sono il cambiamento delle abitudini alimentari, la riduzione del consumo di carne e il popolo minuto che va calando.

L’ingresso, quindi, nella categoria dei poveri poteva avere cause diverse e plurime non solo determinate dalla crisi; infatti l’assenza di una capacità di accumulo ossia di risparmio, tale da consentire il superamento della crisi al suo manifestarsi, causava per conseguenza l’assunzione di debiti che costituivano al tempo stesso sintomo e causa di povertà.

Prima di procedere ulteriormente, è meglio ricapitolare quanto sin qui esposto e si propone (esclusi i poveri endemici e strutturali) questa sintesi, in visione sociale: i poveri sono lo spazio sociale di coloro che erano definiti popolo minuto, soggetti ad una precarietà ed insicurezza di vita che erano fisiologiche nell’economia pre-industriale.
Mentre la visione della classe dominante è affidata al filosofo e giurista inglese, Jeremy Bentham, propugnatore dell’utilitarismo, che definì, nel 1796, “la povertà è la condizione di tutti quelli che per avere una sussistenza sono costretti a ricorrere al lavoro. L’indigenza è la condizione di colui che, essendo privo di proprietà, … è nello stesso tempo o inabile al lavoro o inabile anche per il lavoro a procurarsi i beni dei quali egli ha necessità.”

Intanto si fanno strada (i) la necessità di separare il concetto generalista di povertà (meramente intellettuale ed ideologico) da quello della povertà quale stato reale e materiale che, nel tempo, va considerato in rapporto alle strutture economiche e (ii) l’esigenza di semplificare le categorie di povertà che vengono ricondotte a due: meritevoli e non meritevoli; perché veniva tracciata una linea più netta di demarcazione tra coloro che avevano titolo all’assistenza ed al godimento di certi diritti e coloro che non avevano titolo.

I poveri meritevoli (in cui confluirono i vergognosi) dovevano ricevere assistenza discretamente, a casa, sotto forma di denaro, alimenti, vestiario, biancheria, aiuto sanitario; a questi occorreva però un certificato del parroco, a conferma della loro residenza, perché cruciale diveniva la distinzione tra originari e forestieri.

I poveri non meritevoli (mendicanti, vagabondi fisicamente abili, prostitute, anziani, infermi etc …) venivano reclusi in “alberghi dei poveri” (attivi sin dal seicento), conosciuti, in era napoleonica, come Dépôts de mendicité (scomparvero con il crollo del regime napoleonico) e concepiti come prigioni ed opifici; le giustificazioni erano (i) la necessità di prevenire il contagio di epidemie, (ii) l’intolleranza per la molestia dei mendicanti, (iii) l’indignazione morale.

La disoccupazione finisce per acquisire connotato di colpa ed è trattata con la medesima indignazione di chi rinunzia al lavoro per l’ozio; perché la fede illuministica esalta il progresso e focalizza il lavoro come strumento di redenzione; il concetto di carità viene capovolto: la carità non riflette la ricchezza di uno stato; è la causa della povertà.
(continua)
marco savio

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