Moderatamente

0

VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 4° Post

Marco Savio 18 Febbraio 2017

Condividi questo articolo

1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (Nessun voto)
Loading...
VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 4° Post

 

L’elaborazione di una trasfigurazione dal povero ad uno Stato Sociale (che dovrebbe costituire la risposta sistematica della lotta alla povertà) avviene attraverso il proletariato.

I poveri costituivano, ancora per buona parte dell’ottocento, la classe più numerosa della società, una classe silenziosa perché non era soggetto sociale, priva di coscienza di classe e quindi incline a subire, senza alcun anelito di rivolta: una classe priva di risorse e di diritti, che dipende dal proprio lavoro per la sussistenza.

Per tutto il periodo assistiamo, a sostegno di tali classi, allo sviluppo delle attività dei “preti sociali” molto attivi nell’Italia dell’ottocento, al proliferare di istituzioni private caritatevoli in maggioranza di formazione cattolica (qualcuna laica) e dopo il 1848, con la progressiva abolizione delle monarchie assolute, all’intervento dello Stato, inizialmente timido; non dimentichiamo che si votava per censo (il corpo elettorale era circa il 2% della popolazione nel 1870 e salì al 6,8% nel 1895 non ostante la misura repressiva di Crispi).

Alla fine dell’ottocento rileviamo però l’esistenza di un vasto proletariato urbano e rurale dotato di notevole coscienza di classe, con i problemi endemici tipici della povertà, ma con spiccata attitudine organizzativa (l’importazione dell’istituto inglese delle cooperative, la nascita e l’affermazione delle società di mutuo soccorso, prodromi del futuro stato sociale).

La classe dei poveri si è traghettata nel proletariato ? mancano al riguardo studi specifici; servirebbero perché i poveri sono persone assillate da problemi di consumo mentre i proletari sono una concezione di formazione e derivazione capitalistica.
Il povero si è così trovato ad un bivio con due direzioni antitetiche: la carità delle istituzioni per lo più cattoliche o l’occupazione nell’industria.
È indubbio che il regime capitalistico, in Italia, sia stato agevolato dalla presenza di quell’enorme esercito “di braccia di riserva” (poco organizzate, bisognose, inclini ad accettare ogni imposizione) che ne ha favorito lo sviluppo (anche se, per contraltare, ne ha ritardato la meccanizzazione e quindi l’innovazione).

A ridurre ulteriormente lo smisurato serbatoio di risorse umane (per l’industria capitalistica) fu l’emigrazione, fenomeno non solo interno ma anche internazionale prima e poi intercontinentale, apparso come temporaneo e, nella seconda metà del secolo, sempre più intenso; tale fenomeno era indotto anche dall’industria stessa nella misura in cui, questa, non produceva occupazione stabile e regolare ma solamente occasionale ed intermittente.

Fino a che non è aggregato ed è silente, che si chiami povero o proletario nulla cambia.
Ma se il lavoro salariale è imposto unilateralmente, in forma di sfruttamento, se le condizioni di lavoro sono inumane, se gruppi di persone cominciano ad unirsi per sopperire a bisogni primari (alloggio) si sviluppa una ostilità collettiva verso la fabbrica che conduce ad un processo di aggregazione ed alla formazione di una coscienza di classe; il proletario diviene soggetto sociale: la strada per l’organizzazione sindacale è aperta, le società di mutuo soccorso, con la loro mutualità per i soci, costituiscono traccia primitiva della futura previdenza sociale.

Il novecento pur tra guerre e contraddizioni completa i processi dell’ottocento e partorisce nuove pietre miliari come la dichiarazione universale dei diritti umani (firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, non fu la prima a trattare l’argomento), ed in Italia, la Costituzione che porta oltre alla Democrazia, gli articoli 1, 3, 32, 35, 36, 38 e 41: luce moderna sul mondo del lavoro. Non c’è Democrazia se non c’è Libertà; ma non basta: perché l’uomo senza Dignità, non è Uomo Libero e per avere Dignità occorre godere di indipendenza economica e cioè poter aspirare a quella “retribuzione proporzionata” che assicuri “una esistenza libera e dignitosa” (articolo 36 della Costituzione).
Quindi se non c’è Lavoro, non c’è Dignità, se non c’è Dignità non c’è Libertà, se non c’è Libertà non c’è Democrazia. Per la proprietà transitiva: se non c’è Lavoro non c’è Democrazia. Si è così tornati all’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”.

Poiché in altre parti: si progetta, nella Costituzione, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “l’eguaglianza dei cittadini” e “impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (articolo 3); si “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo” (articolo 32); si “tutela il lavoro in tutte le sua forme” (articolo 35); si prevede che “ogni cittadino inabile al lavoro … ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale” (articolo 38); si conferma che “L’iniziativa economica privata è libera.” (articolo 41).
Sarebbe il caso di dire: la dichiarazione di guerra alla povertà, è stata consegnata !

Oggi i paesi occidentali, ad economia avanzata, sono tutti dotati di uno Stato Sociale (Welfare), più o meno garantista, ma lo Stato Sociale non basta, il problema della povertà non è debellato e continua ad esistere, ad adiuvandum, un insieme di organizzazioni più o meno laiche che è definito “terzo settore” e si regge principalmente sul volontariato e su meccanismi di solidarietà finanziaria; l’esistenza stessa di queste organizzazioni se da un lato rappresenta l’espressione dei sentimenti di solidarietà di un popolo, dall’altro è palesemente conclamante l’inadeguatezza dello stato nella soluzione del problema povertà.
(continua)
marco savio

Lascia un tuo commento

Accedi al tuo account

Non mi ricordardo di tePassword ?

Effettuare la registrazione!