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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 5° Post

Marco Savio 18 Febbraio 2017

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VECCHIA E NUOVA POVERTA’ – Controparte negativa del progresso ? – 5° Post

Segue un tentativo di analisi razionale e la raccolta di spunti per la lotta alla povertà.
Il concetto di povero è divenuto espressione e dato statistico (soglia di povertà) e questa non è più misurata con la semplice capacità di sopravvivenza cioè con la soddisfazione dei bisogni del primo stadio (elementari fisiologici) della “piramide dei bisogni”, teorizzata nel 1954 dallo psicologo statunitense Abraham H. Maslow, in quanto è necessario anche il concorso, in parte, del secondo e del terzo (salvezza e appartenenza).

Per rendersi conto dell’assunto basta porre a confronto il paniere odierno di beni e servizi (utilizzati per le rilevazioni inflattive e attestanti i consumi primari e più diffusi) con quello di cinquant’anni prima e ci rende conto delle differenze nei consumi.
Ciò significa che povero non è più solo un soggetto privo o privato di mezzi materiali ma anche una persona con limitata istruzione, grado sociale, cultura: orbene, se il lavoro è affrancamento dal bisogno, la disoccupazione diviene indicatore di bisogno e qui si scopre che istruzione e disoccupazione hanno, per lo più, polarità inverse.

L’analisi del povero va condotta non più per città o per nazioni ma deve essere affrontata a livello planetario, complice la globalizzazione, perché il principale dei frutti dell’albero della povertà è l’emigrazione che può costituire di gran lunga la madre di tutti i problemi.
Se da un lato esiste un diritto naturale ed universale dell’uomo alla mobilità, dall’altro vi possono essere limiti fisiologici non superabili: si provi ad immaginare se tutto il popolo cinese emigrasse nel Liechtenstein: impossibile perché ogni cinese avrebbe a disposizione 0,12 metri quadrati, come dire che su un metro quadro di territorio dovrebbero risiedere 8,46 cinesi.

È necessario, poi, introdurre nello scenario da analizzare altri attori o fattori, oltre alla povertà delle persone, quali: (i) le disuguaglianze ordinamentali, economiche, culturali di vaste aree del pianeta; (ii) gli Stati poveri; (iii) l’ordinamento internazionale; (iv) le multinazionali ed il loro strapotere; (v) l’elemento strategico; (vi) il livello di sviluppo di varie aree geografiche; (vii) l’alfabetizzazione, la conoscenza, la cultura.

(i) diseguaglianze
I gradienti degli ordinamenti del Diritto Positivo in ambito giuslavoristico, fiscale ed economico favoriscono, con l’alibi della logistica e del mercato, la migrazione delle imprese. È il principio della globalizzazione che opera per differenziali e sarà attivo sino a quando non vi sarà omogeneità. Chi risiede in queste aree è potenzialmente povero.

(ii) Stati Poveri
La povertà di uno stato non è riconducibile ai solo aspetti economici e di instaurazione di politiche economiche di sviluppo, ma afferisce anche ai deficit di democrazia e libertà, alla capacità di coesistenza che va dalla inadeguatezza in politica estera sino al perenne stato di belligeranza, al disinteresse per il cittadino o suddito. Il cittadino di questo stato povero non può che essere povero.

(iii) Ordinamento Internazionale
È certamente l’ostacolo più severo sulla strada dell’allineamento degli stati poveri agli stati con sistemi giuridico-economici evoluti; la norma di diritto internazionale che sancisce il principio di autodeterminazione dei popoli di fatto non consente di intervenire nei confronti di uno stato per rimuovere le cause primarie della povertà e scongiurare l’emigrazione in massa delle persone: parimenti non esiste un organo sovrannazionale (escludiamo pure l’ONU, organismo inefficiente) di polizia o giurisdizionale che abbia facoltà di sedare i belligeranti, di ingiungere il ripristino della democrazia, di imporre le best practice nel governo dell’economia nazionale. L’esistenza di una possibilità o una misura coercitiva sarebbe utile perché il vero antidoto contro l’emigrazione selvaggia è l’intervento nei paesi d’origine volto a eradicare le cause primitive dell’emigrazione.

(iv) Multinazionali
Sono organismi sovrannazionali in grado di eligere la loro Business Place secondo la propria convenienza, in grado di subornare governi deboli ed in grado di portare o sottrarre opportunità o ricchezza ad un paese; con ciò non sono lo “sterco del diavolo” ma se non sono dotate di un codice etico efficace, possono essere veramente pericolose a prescindere dalla levatura ed importanza degli stakeholder che sono loro intorno. Oggi non esiste alcun organo, sovrannazionale, di controllo; forse si può solo dire che sono soggette ad un self-control indiretto nella misura in cui devono porre in essere politiche tali da garantire equilibrio ed esistenza in vita per un periodo di tempo indefinito: come dire che sono soggette alla sola lex mercatoria.

(v) Elemento Strategico
L’elemento strategico è quello “prezioso” la cui limitazione o mancanza rallenta o blocca lo sviluppo. Molti, apparentemente, potrebbero essere ritenuti strategici, ma da duecento anni è identificabile con l’energia: prima nera come il carbone (nell’ottocento) poi nera come il petrolio (nel novecento) ed ora nel XXI secolo nera come il silicio (o bianca come la silice, se si preferisce) inteso non nel senso energetico ma di comburente informatico, perché nel futuro l’energia strategica sarà la tecnologia digitale. Sarà povero chi non possiede tecnologia digitale.

(vi) Livello di Sviluppo
Il deficit di sviluppo di alcune aree del pianeta prima di essere un’opportunità per i paesi c.d. ricchi (che però si arricchiscono sempre più a danno di quelli poveri) è uno svantaggio per il pianeta in quanto l’asincronia di talune aree, in un’economia globalizzata, rallenta il sistema e la velocità di un convoglio è misurata sul vagone più lento. Tale deficit non si rileva solo nel grado di sviluppo socio-economico e giuridico del paese ma anche dal grado di indipendenza e di applicazione delle tecnologie digitali. Chi risiede in queste aree ha elevate probabilità di essere povero.

(vii) Alfabetizzazione
Tutte le società oggi avanzate sono passate attraverso la lotta all’analfabetismo per poi assumere varie battaglie per l’istruzione prima e per l’innalzamento, poi, degli indici di scolarità e istruzione universitaria. In questi percorsi (di generazioni) si forma un sedime di conoscenza (c.d. know-how) e di cultura. Oggi occorre, non solo, presidiare i livelli raggiunti (imprescindibile perché la massa del sapere raddoppia ogni cinque anni circa: come dire che un ciclo universitario si svaluta del 50% in cinque anni) ma soprattutto investire in ricerca perché il possesso delle tecnologie è indice di ricchezza ed affrancamento da terze economie. Oggi il nuovo povero è l’analfabeta digitale.

Conclusioni
Sin qui il passato ed il presente della povertà, ma restano inevase alcune (troppe) domande alle quali sarebbe utile che un laboratorio di “maître à penser” dia risposte nel presupposto speculativo che tutto ciò che oggi si fa, non è adeguato.

Ecco un possibile terreno di confronto:

  • Qual è la nuova e complessiva definizione di povero ?
  • Quale consiglio dare, al singolo, per fuggire la povertà ?
  • Quale ammonimento alla collettività che produce poveri ?
  • Quali istituzioni devono essere deputate a contrastare il fenomeno ?
  • Quali azioni intraprendere per impedire sul nascere la formazione del fenomeno ?
  • Quali attività sono auspicabili a livello internazionale ?
  • Quali attività è utile porre in essere per lenire le problematiche quotidiane ?

Ce n’è lavoro da fare !
marco savio

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